03/08/2010

Quinta notte

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    Devo parlare a chi mi legge. Crederà, chi mi legge, alla mia storia? È la vera storia di un uomo e di una donna che si sono parlati a lungo, si sono parlati così a lungo da impazzire d'amore. Ecco, compongo una musica per dirglielo, perché era così, c'era una musica dove io mi dondolavo, così come ora, in questo preciso momento, sul bordo del mio letto, scrivendo, mi dondolo come si dondolano i matti.
Al mio lettore posso dire che in questo istante sono sola nel mezzo della notte, tutto è silenzio e io mi dondolo sul bordo del letto, seminuda, svestita soltanto a metà perché il desiderio di scrivere mi ha colta nel mezzo, e tutto ciò che voglio dirgli è che non bisogna prendere la mia storia al piede della lettera, ma alla sua testa.
Chi amo? Amo chi amo, chi ho amato, chi amerò. E una spirale nel tempo, una spirale senza fine. E tutto quello che voglio dire è che esiste solo l'amore, nient'altro.

Era giunto il giorno della quinta notte, se il giorno viene prima della notte. E ciò che si crede quando ci si alza e ci si accinge a riempire la giornata, ma in verità arriva prima la notte, altrimenti non ci sarebbe aurora.
Il vento soffiava al crepuscolo, lo rammento. A volte si cancella persino l'immagine di Chi si ama, non è strano? Ma il ricordo del vento non se ne va. A volte ci si domanda chi si ama, se questa o quella persona. Oppure ancora quale persona in quella persona. Nessuna persona, forse, nessun altro che il vento che soffia in lei...
Un soffio, una voce, calda, salda e profonda, quella voce o un'altra, quel ritmo o un altro, quella melodia, quell'involo, il modo in cui quella musica s'invola, quella forma, quel movimento, il modo in cui quella forma si muove... Quel canto, quel profumo, quel passo di danza, il modo in cui quella carne sogna...
L'errore è credere che l'amore si spieghi con la psicologia, o anche con la psicanalisi, che possa iscriversi in qualche forma fissata al tempo della creazione. Lì si innestano gli affetti e proliferano le guerre. Ma il vero amore è una faccenda d'arte, è la persona in quanto opera d'arte, opera di Dio se si vuole, che è in grado
di amare e di essere amata davvero.
E l'arte non smette di distruggere il suo oggetto per trasformarlo in perpetua fonte di vita. L'arte è il vento, che soffia, pulisce e passa, ed è così che l'oggetto d'amore è in verità inafferrabile e tuttavia eternato dall'eternità stessa dell'amore, graziato dal tempo a forza di essere amato.

Al risveglio il mio umore era alle stelle, uscendo da un sogno in cui, sospesi su un balcone, ci eravamo abbandonati insieme a una danza sublimemente sensuale e aerea, dopo la quale ci eravamo scambiati un bacio così focoso, così voluttuoso che, toccandoci soltanto con la pressione dei corpi strettamente avvinti, avevamo goduto vestiti.
Ancor piena d'allegria, prima di tornare a casa ero andata a spasso a lungo, di strada in piazza e di aiuola in giardino, il sole primaverile scintillava a ogni angolo, tutti i ragazzi, tutti gli uomini che incontravo mi adoravano e io li adoravo a mia volta, il mio passo agile e veloce era un modo di dir loro " oh, godiamo! " e loro capivano, ho incontrato anche una ragazza che aveva gli occhi rivolti ai propri pensieri, e sul suo viso un po' chino si vedevano, come su uno specchio d'acqua, i moti della gioia, ah, sì, era innamorata e se ne andava in giro per il suo regno, avrei voluto che il mio amante la vedesse, ho pensato intensamente a lui, avrei voluto mostrargliela per dirgli sono io.
In serata il vento si è alzato e io, come in una colonna d'aria calda, mi sono alzata di nuovo nella gioia promessa, la gioia promessa di quella prossima notte.

Quella notte ci era permesso tutto, meno che il suo sesso entrasse tra le mie gambe. Gli ho detto che, avendomi fatto godere la notte scorsa, volevo, per ricambiare, occuparmi amorevolmente di lui. L'ho fatto sedere comodamente nella poltrona, e per cominciare mi sono spogliata nuda.
Gli ho portato un bicchiere, ma prima di lasciarlo bere l'ho stuzzicato un po', dandogli dei baci e toccandogli il cazzo attraverso i pantaloni. Mentre beveva, mi sono messa a trafficare un po' per la stanza, ho scompigliato lenzuolo e coperta, sono entrata in bagno, ho aperto la finestra e mi sono sporta un momento per sentire l'aria fresca sulla mia pelle smaniosa...
Poi è venuto il momento di spogliarlo e di metterlo a letto. Dapprima mi sono inginocchiata per slacciargli le scarpe e togliergli le calze. Oh, mio Dio, mio Dio, com'erano eccitanti i suoi piedi! Mi sono messa a baciarli con fervore, i suoi piedi e le sue caviglie... in ricordo di quel prof di matematica su cui tanto fantasticavo quand'ero in quarta, e di cui guardavo avidamente, sotto la cattedra, le caviglie inguainate di jersey sottile, e il collo del piede, scoperti dalla posizione seduta, sotto l'orlo dei calzoni... In ricordo di lui, e in omaggio alla bellezza degli uomini, mi sono umiliata con piacere davanti ai suoi piedi, in omaggio anche alla potenza infinita del mio amore, in omaggio al corpo tutto del mio amato... e al mio, che sapeva riconoscere tanto bene tutte le gioie, e farle proprie...

Ho finito col togliergli gli indumenti con molta calma e serietà, piegandoli via via e appoggiandoli sullo schienale della seggiola. Lui mi lasciava fare, molto giudiziosamente. Una volta rimasto completamente nudo, " su, op! a letto! " ho detto. L'ho fatto sdraiare a pancia in giù e, con i campioncini di crema per il corpo che avevo trovato in bagno, ho cominciato a massaggiargli la schiena, a partire dalla nuca.
A cavalcioni su di lui, sono scesa con le mani ai lati della spina dorsale, pian piano, cercando di non aver fretta d'arrivare dove mi premeva. Ma amo l'idea un po' viziosa del fingere, anche con se stessi, di non sapere dove si vuole arrivare...
Una volta raggiunte le natiche, non c'era più crema per far scivolare bene le mani sulla pelle. Ho mescolato quella che restava con la saliva sputata su di lui, e ho continuato la mia opera. Non erano chiappette di neonato, era una bella fatica e mi piaceva molto. Gli ho allargato le cosce, per poter fare un lavoro ben fatto. Ho sputato più volte nella fessura, era necessario. Per amor di perfezionismo, gli ho alzato leggermente il bacino.
Adesso, vedevo bene tutto. Ciò che era offerto, e ciò che penzolava.
Nelle notti di luna nella selva oscura il diavolo si fa leccare il culo, e quella notte sulla città c'era la luna... La mia lingua impegnata lì, le mie mani piene del resto, ed ecco, stavolta ero davvero incollata a lui, tanto incollata che né lui né io esistevamo più... Al mondo c'erano soltanto culo, sesso e bocca, sapore, materia e odore, in uno stesso abissale, pacificato, rabbioso e dimentico godimento.
"...Falling Star, dove te ne vai? Lo ignoro. Faccio soltanto un viaggio. "
Mi sono fermata, assorta per un momento, la lingua raspata, le narici frementi, gli occhi chiusi contro la sua carne, il più vicino possibile alla sua intimità.
Mi sono sdraiata sulla sua schiena, l'ho cavalcato sfregandomi il clitoride sulle sue natiche.
Mi sono accovacciata dietro di lui, sono tornata lì con la faccia, gli ho alzato ben bene il bacino, mi sono di nuovo incollata, la lingua lì, la mano destra che gli mungeva il cazzo, la sinistra nella passera. Quando ho sentito sotto il palmo che era quasi pronto, ho goduto, con convulsioni dalle cosce fino al mio viso sepolto, poi ho sostituito la bocca con le mie dita intrise di me, per galvanizzarlo, e guardare lo sperma che cadeva pesantemente sul lenzuolo, mentre lui faceva buffi rantoli.

Abbiamo dormito qualche ora, avvinghiati l'uno all'altra. Prima di lasciarci, abbiamo fatto ancora l'amore con la bocca, tranquillamente, a lungo, uno dopo l'altro. E stato lui a cominciare, io ero ancora addormentata, mi sono lasciata andare nell'ombra, più spalancata di un arcobaleno, sobbalzando più volte come un pallone all'interno della porta, della porta che formavo io stessa con le cosce. Poi ho tirato il lenzuolo addosso a entrambi, e nel segreto della nostra stretta tenda l'ho succhiato, senza badare al tempo, l'ho succhiato languidamente e adorato, fino a sentirlo colare come per forza propria tra la lingua e il palato.
Così è finita la nostra quinta notte, al quinto piano del paradiso.
 
Alina Reyes

(Da: "La settima notte")

19:17 Scritto da: asianh in Alina Reyes | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: alina reyes | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

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