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03/08/2010

Alexandra

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 Per chiunque si trovi nelle condizioni di Alexandra conosco solo un rimedio: bere e scopare. Reduce dalla messa nera, è in uno stato pietoso, trema tutta, parla in modo incoerente. Tuttavia riesce a trovare la bottiglia di cognac che tiene in macchina. Filiamo a tutta velocità. Io non conosco le strade e Alexandra è troppo isterica per esser di aiuto, ma tutte le strade conducono a Parigi.
Charenton... ecco un uomo! Perlomeno i suoi intrattenimenti non sono noiosi, mentre non può dirsi altrettanto per i suoi più rispettabili confratelli. E siccome alle sue messe non ci si spinge agli estremi - non si fanno a pezzi i bambini, non ci si dà al cannibalismo - il male ch'egli pratica può dirsi abbastanza innocente. Un po' più spettacolare del solito evangelismo, senz'altro, ma non molto più pericoloso. Io rispetto la sua vitalità, e al diavolo i fini cui tende... Troppi, fra quelli che conosco, sono morti per metà, sia dalla cintola in giù, sia dalla cintola in su.
Le opinioni di Alexandra al riguardo sono esclusivamente sue. Dopo qualche sorsata di cognac, si è calmata un po'. Mi si fa accosto, sui sedile, tutta nuda. Mi passa la bottiglia. Do appena un sorso. Non ho tanto bisogno di bere, io, quanto di fottere qualcuno. Il cazzo mi è tornato duro come quando ero là da Charenton. E l'odore di fica (asfissiante, lì, dentro l'abitacolo, coi finestrini chiusi) mi sta dando alla testa.
Ti rendi conto, in casi come questo, della potenza del fetore che le donne producono di continuo, per fermentazione, fra le loro cosce...
Alexandra continua a smaniare, non trova requie. Lo so io che cosa le ci vuole. Il cognac non basta. Lei è come qualcosa che potrebbe esploderti in mano da un momento all'altro. Mi slaccia la pattella e mi agguanta il cazzo. Lo tiene stretto, ci sta aggrappata, non per giocarci ma come per accertarsi che è ancora al suo posto e che ci rimanga.
Le consiglio ripetutamente di rivestirsi. Non mi va di guidare per Parigi con una donna nuda in auto. Ma quando arriviamo davanti a casa sua, lei è ancora nuda, come alla partenza. Neanche adesso vuol mettersi su niente. Con gli indumenti sottobraccio, scende dalla macchina e ci gira intorno, illuminata dai fari, prima ch'io abbia trovato la chiavetta per spegnerli. Poi stiamo cinque minuti buoni davanti al portone, intanto che lei cerca le chiavi.
Non avevo mai visto Alexandra fare niente del genere. È sempre stata una troia, da quando la conosco, ma finora si era sempre comportata con una certa discrezione. Però non mi stupisce il mutamento. Io non cerco più di capirle, le donne. Le chiavo e basta. Si risparmia un bel po' di fatica, così. Una donna a scoparla ci impieghi una ventina di minuti. Ma però non ti basterebbe una vita per rispondere a tutte le domande che ti poni in quei venti minuti.
Alexandra mi conduce dritto dritto in camera sua. Per le scale, tre gradini avanti a me, mi dimena il culo in faccia. Cristo, non hanno alcun rispetto per te, queste fighe! Ti mettono la fica sotto il naso senza darsi il benché minimo pensiero dell'effetto che questo ti fa. Le cosce di Alexandra sono madide di linfa vaginale, che le cola fin quasi alle ginocchia. Sarei tentato di affondare i denti in quel culaccio grasso e staccarne un bel tocco, da far in graticola.
In camera da letto, si sdraia, ma è troppo nervosa per aver la pazienza d'aspettare ch'io mi spogli. Appoggiata su un gomito, incomincia a tormentarsi la passera da sé. E seguita a dar sorsate alla bottiglia benché abbia smesso da un pezzo di tremare.
Io mi guardo allo specchio. Resto là ad ammirarmi il cazzo rizzo per un paio di minuti. Un uomo dovrebbe farsi fotografare quand'è in erezione così, col batacchio da battaglia. E mostrare la foto al principale, quando va a chiedere un aumento di stipendio. E poi, anche, per farla vedere ai nipotini, da vecchio.
Alexandra l'ammira insieme a me, ma lei ha idee tutte sue, circa che farne. Allunga una mano, l'agguanta, lo sbaciucchia un po'. Prima ancora ch'io mi sia coricato, cerca di ficcarselo dentro la bocca. Questa fica... dopo tutta la fatica che feci per indurla a ciucciarmelo, la prima volta. Poco dopo, mi posa la testa in grembo e comincia a far l'amore con John Thursday.
 
 
Henry Miller


(Da: "Opus Pistorum")

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Quinta notte

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    Devo parlare a chi mi legge. Crederà, chi mi legge, alla mia storia? È la vera storia di un uomo e di una donna che si sono parlati a lungo, si sono parlati così a lungo da impazzire d'amore. Ecco, compongo una musica per dirglielo, perché era così, c'era una musica dove io mi dondolavo, così come ora, in questo preciso momento, sul bordo del mio letto, scrivendo, mi dondolo come si dondolano i matti.
Al mio lettore posso dire che in questo istante sono sola nel mezzo della notte, tutto è silenzio e io mi dondolo sul bordo del letto, seminuda, svestita soltanto a metà perché il desiderio di scrivere mi ha colta nel mezzo, e tutto ciò che voglio dirgli è che non bisogna prendere la mia storia al piede della lettera, ma alla sua testa.
Chi amo? Amo chi amo, chi ho amato, chi amerò. E una spirale nel tempo, una spirale senza fine. E tutto quello che voglio dire è che esiste solo l'amore, nient'altro.

Era giunto il giorno della quinta notte, se il giorno viene prima della notte. E ciò che si crede quando ci si alza e ci si accinge a riempire la giornata, ma in verità arriva prima la notte, altrimenti non ci sarebbe aurora.
Il vento soffiava al crepuscolo, lo rammento. A volte si cancella persino l'immagine di Chi si ama, non è strano? Ma il ricordo del vento non se ne va. A volte ci si domanda chi si ama, se questa o quella persona. Oppure ancora quale persona in quella persona. Nessuna persona, forse, nessun altro che il vento che soffia in lei...
Un soffio, una voce, calda, salda e profonda, quella voce o un'altra, quel ritmo o un altro, quella melodia, quell'involo, il modo in cui quella musica s'invola, quella forma, quel movimento, il modo in cui quella forma si muove... Quel canto, quel profumo, quel passo di danza, il modo in cui quella carne sogna...
L'errore è credere che l'amore si spieghi con la psicologia, o anche con la psicanalisi, che possa iscriversi in qualche forma fissata al tempo della creazione. Lì si innestano gli affetti e proliferano le guerre. Ma il vero amore è una faccenda d'arte, è la persona in quanto opera d'arte, opera di Dio se si vuole, che è in grado
di amare e di essere amata davvero.
E l'arte non smette di distruggere il suo oggetto per trasformarlo in perpetua fonte di vita. L'arte è il vento, che soffia, pulisce e passa, ed è così che l'oggetto d'amore è in verità inafferrabile e tuttavia eternato dall'eternità stessa dell'amore, graziato dal tempo a forza di essere amato.

Al risveglio il mio umore era alle stelle, uscendo da un sogno in cui, sospesi su un balcone, ci eravamo abbandonati insieme a una danza sublimemente sensuale e aerea, dopo la quale ci eravamo scambiati un bacio così focoso, così voluttuoso che, toccandoci soltanto con la pressione dei corpi strettamente avvinti, avevamo goduto vestiti.
Ancor piena d'allegria, prima di tornare a casa ero andata a spasso a lungo, di strada in piazza e di aiuola in giardino, il sole primaverile scintillava a ogni angolo, tutti i ragazzi, tutti gli uomini che incontravo mi adoravano e io li adoravo a mia volta, il mio passo agile e veloce era un modo di dir loro " oh, godiamo! " e loro capivano, ho incontrato anche una ragazza che aveva gli occhi rivolti ai propri pensieri, e sul suo viso un po' chino si vedevano, come su uno specchio d'acqua, i moti della gioia, ah, sì, era innamorata e se ne andava in giro per il suo regno, avrei voluto che il mio amante la vedesse, ho pensato intensamente a lui, avrei voluto mostrargliela per dirgli sono io.
In serata il vento si è alzato e io, come in una colonna d'aria calda, mi sono alzata di nuovo nella gioia promessa, la gioia promessa di quella prossima notte.

Quella notte ci era permesso tutto, meno che il suo sesso entrasse tra le mie gambe. Gli ho detto che, avendomi fatto godere la notte scorsa, volevo, per ricambiare, occuparmi amorevolmente di lui. L'ho fatto sedere comodamente nella poltrona, e per cominciare mi sono spogliata nuda.
Gli ho portato un bicchiere, ma prima di lasciarlo bere l'ho stuzzicato un po', dandogli dei baci e toccandogli il cazzo attraverso i pantaloni. Mentre beveva, mi sono messa a trafficare un po' per la stanza, ho scompigliato lenzuolo e coperta, sono entrata in bagno, ho aperto la finestra e mi sono sporta un momento per sentire l'aria fresca sulla mia pelle smaniosa...
Poi è venuto il momento di spogliarlo e di metterlo a letto. Dapprima mi sono inginocchiata per slacciargli le scarpe e togliergli le calze. Oh, mio Dio, mio Dio, com'erano eccitanti i suoi piedi! Mi sono messa a baciarli con fervore, i suoi piedi e le sue caviglie... in ricordo di quel prof di matematica su cui tanto fantasticavo quand'ero in quarta, e di cui guardavo avidamente, sotto la cattedra, le caviglie inguainate di jersey sottile, e il collo del piede, scoperti dalla posizione seduta, sotto l'orlo dei calzoni... In ricordo di lui, e in omaggio alla bellezza degli uomini, mi sono umiliata con piacere davanti ai suoi piedi, in omaggio anche alla potenza infinita del mio amore, in omaggio al corpo tutto del mio amato... e al mio, che sapeva riconoscere tanto bene tutte le gioie, e farle proprie...

Ho finito col togliergli gli indumenti con molta calma e serietà, piegandoli via via e appoggiandoli sullo schienale della seggiola. Lui mi lasciava fare, molto giudiziosamente. Una volta rimasto completamente nudo, " su, op! a letto! " ho detto. L'ho fatto sdraiare a pancia in giù e, con i campioncini di crema per il corpo che avevo trovato in bagno, ho cominciato a massaggiargli la schiena, a partire dalla nuca.
A cavalcioni su di lui, sono scesa con le mani ai lati della spina dorsale, pian piano, cercando di non aver fretta d'arrivare dove mi premeva. Ma amo l'idea un po' viziosa del fingere, anche con se stessi, di non sapere dove si vuole arrivare...
Una volta raggiunte le natiche, non c'era più crema per far scivolare bene le mani sulla pelle. Ho mescolato quella che restava con la saliva sputata su di lui, e ho continuato la mia opera. Non erano chiappette di neonato, era una bella fatica e mi piaceva molto. Gli ho allargato le cosce, per poter fare un lavoro ben fatto. Ho sputato più volte nella fessura, era necessario. Per amor di perfezionismo, gli ho alzato leggermente il bacino.
Adesso, vedevo bene tutto. Ciò che era offerto, e ciò che penzolava.
Nelle notti di luna nella selva oscura il diavolo si fa leccare il culo, e quella notte sulla città c'era la luna... La mia lingua impegnata lì, le mie mani piene del resto, ed ecco, stavolta ero davvero incollata a lui, tanto incollata che né lui né io esistevamo più... Al mondo c'erano soltanto culo, sesso e bocca, sapore, materia e odore, in uno stesso abissale, pacificato, rabbioso e dimentico godimento.
"...Falling Star, dove te ne vai? Lo ignoro. Faccio soltanto un viaggio. "
Mi sono fermata, assorta per un momento, la lingua raspata, le narici frementi, gli occhi chiusi contro la sua carne, il più vicino possibile alla sua intimità.
Mi sono sdraiata sulla sua schiena, l'ho cavalcato sfregandomi il clitoride sulle sue natiche.
Mi sono accovacciata dietro di lui, sono tornata lì con la faccia, gli ho alzato ben bene il bacino, mi sono di nuovo incollata, la lingua lì, la mano destra che gli mungeva il cazzo, la sinistra nella passera. Quando ho sentito sotto il palmo che era quasi pronto, ho goduto, con convulsioni dalle cosce fino al mio viso sepolto, poi ho sostituito la bocca con le mie dita intrise di me, per galvanizzarlo, e guardare lo sperma che cadeva pesantemente sul lenzuolo, mentre lui faceva buffi rantoli.

Abbiamo dormito qualche ora, avvinghiati l'uno all'altra. Prima di lasciarci, abbiamo fatto ancora l'amore con la bocca, tranquillamente, a lungo, uno dopo l'altro. E stato lui a cominciare, io ero ancora addormentata, mi sono lasciata andare nell'ombra, più spalancata di un arcobaleno, sobbalzando più volte come un pallone all'interno della porta, della porta che formavo io stessa con le cosce. Poi ho tirato il lenzuolo addosso a entrambi, e nel segreto della nostra stretta tenda l'ho succhiato, senza badare al tempo, l'ho succhiato languidamente e adorato, fino a sentirlo colare come per forza propria tra la lingua e il palato.
Così è finita la nostra quinta notte, al quinto piano del paradiso.
 
Alina Reyes

(Da: "La settima notte")

19:17 Scritto da: asianh in Alina Reyes | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: alina reyes | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

René arrivò finalmente...

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 […] René arrivò finalmente alle sette, cosí lieto di vederla che la baciò davanti
all'elettricista che riparava un riflettore,davanti alla piccola indossatrice dai capelli
rossi che stava uscendo dal camerino,e davanti a Jacquelin,che nessuno aspettava,
entrata improvvisamente dietro di lui. "È un quadretto delizioso," disse Jacquelin a O.
"Stavo passando, volevo chiederle le mie ultime foto, ma penso che non sia il momento adatto, me ne vado." "Signorina, la prego, " gridò René senza lasciare O, che teneva per la vita, "Signorina, non se ne vada! " O presentò René a Jacquelin e Jacquelin a René. La modella dai capelli rossi, indispettita, era rientrata nel suo camerino, l'elettricista fingeva di essere molto occupato. O guardò Jacquelin, e sentí René che seguiva il suo sguardo. Jacquelin indossava una tenuta da sci, di un tipo che portano soltanto le stelle del cinema che non praticano lo sci. Il maglione nero evidenziava i seni piccoli e molto divaricati, i pantaloni aderenti plasmavano le lunghe gambe da ragazza delle nevi. Tutto in lei faceva pensare alla neve: il riflesso azzurrino della giacca di foca grigia era la neve all'ombra, il riflesso spruzzato di brina dei capelli e delle ciglia la neve al sole. Aveva sulle labbra un rossetto rosso scuro che tendeva al violaceo, e quando sorrise, e levò gli occhi su O, questa si disse che nessuno avrebbe potuto resistere al desiderio di bere a quell'acqua verde e mutevole sotto le ciglia di brina, e di strappare il maglione per posare le mani su quei seni troppo piccoli. Ecco: appena René era tornato, nella certezza della sua presenza O ritrovava il gusto degli altri e di se stessa, il piacere della vita. Se ne andarono tutti e tre. In rue Royale, la neve che era caduta a larghe falde per due ore turbinava ormai soltanto in sottili, piccole mosche bianche che le pungevano il viso. Il sale cosparso sul marciapiede scricchiolava sotto le suole e scioglieva la neve, e O sentí il soffio gelido che ne emanava salirle lungo le gambe e afferrarle le cosce nude. O aveva un'idea abbastanza chiara di ciò che cercava nelle giovani donne a cui faceva la corte. Non che volesse dar l'impressione di rivaleggiare con gli uomini, né di compensare, con una condotta mascolina, un senso d'inferiorità femminile che non provava affatto. È vero che a vent'anni si era sorpresa a far la corte alla piú bella delle sue compagne, togliendosi il berretto per dirle buongiorno, cedendole il passo, e tendendole la mano per aiutarla a scendere dal tassí. Allo stesso modo, non tollerava di non pagare ogni volta che prendevano insieme il tè in una pasticceria. Le baciava la mano, e se si presentava l'occasione la bocca, se possibile in piena strada. Ma si trattava di atteggiamenti che affettava per suscitare scandalo, molto piú per puerilità che per convinzione. Invece, il gusto che provava per la dolcezza di morbidissime labbra dipinte che cedevano sotto le sue, per lo splendore di porcellana o di perla degli occhi semichiusi nella penombra dei divani, alle cinque del pomeriggio, quando le tendine sono tirate e la lampada sul caminetto è accesa, per le voci che dicono "ancora, ah, ti prego, ancora! " per il tenace odore marino che le rimaneva sulle dita, questo gusto era reale e profondo. Altrettanto viva era la gioia che provava nella caccia. Probabilmente non per la caccia in se stessa, per quanto potesse essere divertente e appassionante, ma per il perfetto senso di libertà che vi trovava. Era lei, e lei sola, a condurre il gioco (cosa che con un uomo non faceva mai, se non indirettamente). Era lei che aveva l'iniziativa delle parole, degli appuntamenti, dei baci, al punto da preferire che l'altra non la baciasse per prima, e da quando aveva avuto delle amanti non aveva quasi mai tollerato che la ragazza da lei accarezzata l'accarezzasse a sua volta. Aveva fretta di avere la sua amica nuda lí sotto i suoi occhi, ma le sembrava inutile spogliarsi. Spesso, cercava dei pretesti per esimersene, diceva che aveva freddo, che quel giorno aveva le sue regole. D'altronde, erano poche le amiche in cui non trovava qualche bellezza; ricordava che, appena uscita dal liceo, aveva voluto sedurre una piccola ragazza brutta e scostante, sempre di malumore, soltanto perché aveva una foresta di capelli biondi le cui ciocche mal tagliate creavano un gioco d'ombra e di luce sulla pelle smorta, ma dalla grana dolce, compatta, morbida, assolutamente opaca. Ma la ragazzetta l'aveva respinta, e se un giorno il piacere avrebbe illuminato i tratti ingrati della sua faccia, non sarebbe stato suscitato da O. Perché O amava, appassionatamente, vedere sui volti espandersi quel velo che li rende cosí lisci e giovani; di una giovinezza fuori del tempo, che non riconduce all'infanzia, ma gonfia le labbra, ingrandisce gli occhi come un trucco, e rende le iridi scintillanti e chiare. In questo, l'ammirazione aveva una parte maggiore dell'amor proprio, perché non era la sua opera a emozionarla: a Roissy aveva provato la stessa emozione davanti al viso trasfigurato di una fanciulla posseduta da uno sconosciuto. La nudità, l'abbandono dei corpi la sconvolgevano, e le sembrava che quando acconsentivano soltanto a mostrarsi nude in una stanza chiusa le sue amiche le facessero un dono che non avrebbe mai potuto contraccambiare. Infatti la nudità delle vacanze, al sole e sulle spiagge, la lasciava insensibile: non soltanto perché era pubblica, ma perché, essendo pubblica e non completa, lei ne era in qualche modo al riparo. La bellezza delle altre donne, che con immancabile generosità era incline a trovare superiore alla propria, la rassicurava nondimeno della propria bellezza, dove vedeva, ogni volta che sorprendeva inaspettatamente la sua immagine in uno specchio, come un riflesso della loro bellezza. Il potere su di lei, che riconosceva alle sue amiche, era insieme una garanzia del suo potere sugli uomini. E ciò che chiedeva alle donne (e non restituiva se non in misura minima), era felice che gli uomini lo domandassero a lei con tanto ardore; trovava ciò naturale. In tal modo era contemporaneamente e costantemente complice degli uni e delle altre, e vinceva su entrambi i fronti. […]
 
 
Pauline Réage

(Da: "Histoire d'O")

 

19:11 Scritto da: asianh in Paulhan Jean | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: rené arrivò finalmente... | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

Sir Stephen

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   In Sir Stephen intuì una volontà ferrea e gelida, che non sarebbe stata piegata dal desiderio, e davanti alla quale lei, per quanto potesse mostrarsi condiscendente e sottomessa, non contava assolutamente nulla. Altrimenti perché avrebbe provato tanta paura?
Le fruste alla cintura dei valletti di Roissy, le catene che quasi incessantemente l'avevano gravata le erano parse meno spaventose dello sguardo con cui Sir Stephen le fissava i seni che non toccava. Si rendeva conto fino a qual punto la loro stessa pesantezza, morbida e turgida, sulle sue spalle minute e sulla snellezza del busto li rendesse fragili. Non poteva arrestare il loro tremito, avrebbe dovuto cessare di respirare. Sperare che quella fragilità disarmasse Sir Stephen era futile, e sapeva bene che era vero il contrario: le sue grazie offerte chiamavano le ferite quanto le carezze, le unghie quanto le labbra. Per un attimo s'illuse: la mano destra di Sir Stephen, che reggeva la sigaretta, sfiorò, con la punta del medio, i capezzoli, che ubbidirono e si tesero ancor di più. O non dubitò che questo fosse per Sir Stephen una sorta di gioco, nulla di più, o un controllo, così come.si controlla il buon funzionamento di un meccanismo. Senza abbandonare il bracciolo della poltrona, Sir Stephen le disse allora di togliersi la gonna.
Sotto le dita madide di sudore di O, i ganci scivolavano, e solo dopo due tentativi riuscì a slacciarsi, sotto la gonna, la sottoveste di faglia nera. Quando fu completamente nuda, con gli alti sandali di vernice e le calze di nylon nero arrotolate e appiattite al di sopra delle ginocchia, esaltando così la finezza delle gambe e il candore delle cosce, Sir Stephen, che si era alzato a sua volta, le prese il ventre con una mano e la spinse verso il sofà. La fece inginocchiare, la schiena contro il sofà, e perché vi aderisse più strettamente con le spalle che con la vita le fece divaricare leggermente le cosce. Teneva le mani sulle caviglie, così che il grembo si schiudeva, e al di sopra dei seni sempre offerti, la gola si inarcava. Lei non osava guardare in viso Sir Stephen, ma vide le sue mani che scioglievano la cintura della vestaglia. Quand'ebbe inforcato fra le gambe O, sempre in ginocchio, e l'ebbe afferrata per la nuca, si conficcò nella sua bocca. Non era la carezza delle sue labbra che cercava, ma il fondo della sua gola. La scavò a lungo, ed O sentì gonfiarsi e indurirsi dentro di lei quel bavaglio di carne che la soffocava, e i cui urti lenti e ripetuti le strapparono lacrime. Per meglio penetrarla, Sir Stephen si era inginocchiato sul sofà, le ginocchia ai lati del suo viso, e le terga si posavano a tratti sul petto di O, che sentiva il grembo bruciare, inutile e disdegnato. Sir Stephen godette a lungo dentro di lei, ma non portò all'acme il suo piacere, e si ritirò da lei in silenzio, rialzandosi senza chiudersi la vestaglia.
" Lei è facile, O " le disse. " Lei ama René, ma è facile. René si rende conto che lei concupisce tutti gli uomini che la desiderano, che mandandola a Roissy o cedendola ad altri, le fornisce altrettanti alibi per la sua leggerezza? ". " Io amo René" rispose O. " Ama René, ma desidera me, fra gli altri " continuò Sir Stephen.
Sì, lo desiderava, ma se René, venendone a conoscenza, avesse mutato atteggiamento verso di lei?
Non poteva far altro che tacere, e abbassare gli occhi, perché se il suo sguardo avesse incontrato quello di Sir Stephen sarebbe equivalso a una confessione.
Allora Sir Stephen si chinò su di lei e l'afferrò per le spalle facendola scivolare sul tappeto. O si trovò supina, le gambe sollevate e ripiegate contro di sé. Sir Stephen, che si era seduto sul sofà laddove un istante prima O era appoggiata con le spalle, l'afferrò per il ginocchio destro e la tirò verso di sé. Poiché si trovava di fronte al caminetto, le fiamme illuminavano violentemente il duplice solco squarciato del suo ventre e delle sue terga.
Senza lasciarla, Sir Stephen le ordinò bruscamente di accarezzarsi, ma senza chiudere le gambe. Profondamente turbata, allungò docilmente verso il grembo la mano destra, e incontrò sotto le dita, già emerso dal vello che lo proteggeva, già bruciante, lo spigolo di carne dove le fragili labbra del suo ventre si riunivano. Ma la sua mano ricadde e lei-balbettò: "Non posso".
E realmente non poteva. Non si era mai accarezzata se non furtivamente, nel tepore e nell'oscurità del suo letto quando dormiva sola, senza mai cercar di giungere fino all'acme del piacere. Ma a volte trovava l'orgasmo più tardi, in sogno, e si risvegliava delusa che fosse stato così intenso e al tempo stesso così fugace.
Lo sguardo di Sir Stephen era imperioso. Non riuscì a sostenerlo, e ripetendo " non posso " chiuse gli occhi.
 
 
Pauline Réage

(Da: "Histoire d'O")

19:05 Scritto da: asianh in Paulhan Jean | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: paulhan jean | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook

02/08/2010

Allora lei si ritrasse...

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   [...]
Allora lei si ritrasse, si sollevò un poco, coi capelli scomposti e gli occhi drogati, e, attraverso una leggera nebbia, lo vide sdraiato sul dorso. Scivolò sul letto, finché la bocca non incontrò il suo pene. Allora incominciò a baciarlo tutt'intorno, ed egli sospirò. Il pene aveva piccole scosse a ogni bacio. Lui la guardava, le aveva messo una mano sulla testa e la spingeva all'ingiù, così che la sua bocca cadesse sul pene. Le tenne la mano sulla testa mentre Elena la muoveva su e giù, poi la lasciò

cadere, con un sospiro di piacere quasi intollerabile, la lasciò cadere sul ventre, e giacque a occhi chiusi, assaporando la gioia di lei. Elena non poteva guardarlo come la guardava lui, perché aveva gli occhi offuscati dalla violenza delle sensazioni. Quando lo guardava si sentiva attratta magneticamente verso di lui, costretta a toccare la sua carne, con la bocca o con le mani, o con tutto il corpo. Gli si strofinava contro con tutto il corpo, con una sensualità animalesca, godendo dell'attrito. Poi giacque sul fianco toccandogli la bocca, come se la stesse modellando e rimodellando, come una cieca che vuol scoprire il taglio delle labbra, del naso, degli occhi, per accertarne la forma, per sentirne la pelle, che vuol scoprire la lunghezza e il volume dei capelli, la loro attaccatura dietro alle orecchie. Le sue dita lo toccavano leggere, poi divenivano frenetiche, premevano a fondo nella carne, fin quasi a fargli male, come per assicurarsi con violenza della sua realtà. Queste erano le sensazioni esterne dei corpi che si ;a scoprivano a vicenda. Dopo tanto toccarsi, erano come dei drogati. I loro gesti erano lenti e sognanti, le loro mani pesanti. La bocca di lui sempre dischiusa. Quanto miele fluiva dal corpo di lei! Egli vi immerse le dita, poi il sesso, poi la girò per farla giacere su di sé con le gambe attaccate alle sue, e mentre la prendeva poteva vedersi entrare in lei, e anche Elena poteva vederlo. Videro i loro corpi ondeggiare all'unisono, in cerca del piacere. Lui l'aspettava, osservando i suoi movimenti. Vedendo che lei non affrettava i suoi movimenti, le fece cambiare posizione, mettendola sotto di sé. Si accosciò su di lei per prenderla con più forza, toccandola fino in fondo all'utero, toccando senza posa quelle pareti di carne, e allora Elena senti risvegliarsi nuove cellule dentro al ventre, nuove dita, nuove bocche, che reagivano al suo entrare e si univano al movimento ritmico rendendo sempre più esaltante questo suo succhiarlo, come se lo sfregamento avesse risvegliato nuovi strati di godimento. Elena si mosse più in fretta per giungere all'orgasmo e, quando lui se ne accorse, affrettò i suoi movimenti dentro di lei e la incitò a venire con lui, con le parole, con le mani che l'accarezzavano, e infine con la bocca chiusa sulla sua, con le lingue che si muovevano con lo stesso ritmo della vagina e del pene, e l'orgasmo la invase dalla bocca al sesso, in correnti incrociate di un piacere che crebbe fino a farla urlare, con singhiozzi e risa, con il corpo straripante di gioia.
[...] 
 

(Da: "Il delta di Venere")

 
Anaïs Nin 

19:20 Scritto da: asianh in Anaïs Nin | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: anaïs nin | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook